Prosa al Teatro Accademico


Stagione di prosa a Castelfranco Veneto; Angoor, Virgilio Brucia al Teatro Accademico venerdì 27 e sabato 28 gennaio 2017, spettacoli alle ore 21:00. Virgilio prima di morire richiese agli amici di bruciare l’Eneide perché incompleta. Non lo fecero. Così abbiamo potuto conoscere le imprese di Enea, scampato alla distruzione di Troia, che per mare raggiunse l’Italia, come i tanti naufraghi di oggi. L’eroe approdò nel Lazio e la sua stirpe diede origine al popolo romano. Virgilio stesso si pose la domanda: a che servono la poesia e la letteratura in tempi di violenza, a che serve cantare le gesta degli eroi?

Nella sua Vita Elio Donato disegna con rapidi tratti un Virgilio schivo, di carattere mite e modesto, dalla parlata timida e lenta, tanto da apparire ignorante. Una figura in netto contrasto con il mito del poeta che non esitava a cantare i potenti – e per i potenti – e non esitava ad usare il registro epico e il ruolo di poeta laureato al servizio di Ottaviano.

La nostra epoca antitotalitaria coltiva giusti e legittimi sospetti nei confronti dei poeti e della poesia al servizio di un’ideologia ufficiale. Tuttavia ribolle sotterranea una tensione latente tra il Virgilio introspettivo, che colora i suoi versi di melodia tipicamente malinconica, e il Virgilio propagandista ufficiale che deve proclamare il trionfo delle armi romane e la storia della dinastia al potere. C’è una composta, disciplinata serenità nell’opera di Virgilio, ma sotto la superficie indisturbata si agita un dissidio interiore, quel dissidio che William Butler Yeats considerava la reale e autentica fonte della creazione artistica. Questo nostro lavoro non è un’opera sulle Bucoliche, sulle Georgiche o sull’Eneide. È piuttosto uno sguardo spaventato alla frattura che fende e ferisce la base di un’esistenza da cui scaturisce, come un fiume che lava, la creazione poetica.
Su insistenza di Augusto, nel 22 a.C. Virgilio lesse parte del grande poema promesso, allora ancora in via di costruzione, e al quale lavorò per undici anni fino alla morte. In tre distinte serate il poeta recitò i versi di tre dei dodici libri della futura Eneide. Non tre libri a caso: il Secondo, ovvero il rogo di Ilio e il crollo del regno troiano, racconto di inaudita violenza che funge da propulsore alla vicenda del popolo in fuga verso l’Italia; il Quarto, ossia l’abbandono di Cartagine e di Didone, esemplare rinuncia alle proprie passioni, all’amore e alla felicità, sacrificate in nome di una missione più alta; il Sesto, in cui si narra la discesa di Enea nel regno dei morti per ritrovare il padre Anchise, libro quest’ultimo posto esattamente al centro del poema, significante spartiacque tra passato e futuro, tra incendio e futura fondazione. Il nostro lavoro può essere osservato attraverso il filtro di questi tre libri. Virgilio è Enea, un eroe che porta nel nome un dolore insostenibile, riluttante eppure capace di accettare di assumersi l’onere di una missione immensa, sproporzionata per un solo uomo.
Virgilio come Enea si carica sulle spalle un bagaglio enorme e con tale enorme fardello attraversa il bruciante processo della creazione consumando la propria vita, inseguendo vie di fuga dalle fiamme divoranti del proprio sentire, delle proprie urgenze, laddove fuggire dall’incendio è mettere in salvo se stessi, e mettere in salvo una tradizione a brandelli levando un canto funebre per ciò che non sarà più, perché la propria creazione darà l’addio definitivo ai padri di cui conserviamo il dna dando il via ad una nuova lingua. Sullo sfondo di una vita che brucia per cantare un Gloria al mondo (che è un impensabile descrivere il mondo nella sua interezza), il mondo intero, le moltitudini, le migrazioni, la precarietà dell’esistenza, i capi, i pastori e i contadini, i trionfi e i fallimenti della politica, l’indifferenza e insieme la straziante mitezza del mondo naturale, la fragilità e insieme l’assurda ferocia degli uomini, la Storia che come una macchina avanza senza aver cura delle sofferenze degli individui di qualsiasi regno essi siano e l’esperienza, a caro prezzo pagata, del dolore, l’unico tra le nostre passioni ed affetti a durare in eterno. Infine, nella visione dell’opera incastonata nell’opera, la possibilità di vedersi di fronte alle lacrime del mondo. Si staglia contro questa cortina di fuoco un’inesauribile fiducia riposta nei cantori, figure in cui, insieme ai canti di lavoro ascoltati sui campi di Mantova, si riversano le memorie di Virgilio bambino, quasi il suono, i versi e il metro che ordina il mondo fossero in grado di fornire un lavacro capace di spegnere il rogo. Una fede che fa da contraltare al sentimento di sfiducia sul fatto artistico stesso che sembra emergere dall’opera virgiliana. Dice il poeta irlandese, Seamus Heaney (1939 – 2013): Virgilio pone la domanda che turba tutti i poeti, a che serve il canto se tutto è sofferenza? A che serve cantare in tempi di violenza?
Con noi un coro di voci europee ed extraeuropee a disegnare una geografia e una cronologia del canto, come un impero dagli ampi confini in cui confluiscono musicalità colte e popolari, influenze orientali e occidentali, armene e bizantine, ma anche la tradizione balcanica e quella macedone che conservano il germe misterioso dell’arte aedica e del coro pretragico, fino alle composizioni minimaliste del più lirico tra i contemporanei, l’inglese John Tavener (1944 – 2013), e del suo toccante Funeral Canticle, scritto in occasione della scomparsa del padre.

Teatro Accademico
Castelfranco Veneto Via Garibaldi 31033
telefono 0423735660
teatro@comune.castelfranco-veneto.tv.it
www.comune.castelfranco-veneto.tv.it
fonte; Arteven

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