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Capatosta: Teatro sociale all’Auditorium Stefanini di Treviso


Capatosta: Teatro sociale all’Auditorium Stefanini di Treviso

Capatosta; tra conflitto e incontro: Spettacolo di teatro sociale sull’Ilva di Taranto domenica 15 marzo alle ore 17:30 all’Auditorium Stefanini di Treviso. Capatosta è una storia viva su una realtà difficile, impegnativa, e in sé ne racconta molte altre. Racconta che non per forza l’eredità dei padri deve essere una condanna per i figli, ma che è ancora fondamentale desiderare e promettersi di lottare. È un incontro tra due uomini, un confronto tra generazioni, uno scambio di battute tra operai – amaro, spesso accorato, altre volte divertito – è uno sguardo lanciato fuori dai finestroni di una delle fabbriche più nere d’Europa. È Capatosta, lo spettacolo teatrale nato nel quartiere Tamburi di Taranto, a poche centinaia di metri dai camini dell’Ilva, che la CGIL porta a Treviso e che verrà messo in scena domenica 15 marzo alle ore 17:30 presso l’Auditorium delle Scuole Stefanini di viale Terza Armata. Ingresso gratuito.

Dallo scorso settembre la compagnia CREST-Teatri Abitati di Taranto sta con successo portando questo spettacolo di teatro sociale, intenso, mai retorico, nonostante la profondità del disagio e delle ferite raccontate, nonostante i sorrisi tristi per i funerali che si susseguono come appuntamenti fissi e l’amarezza per la rassegnazione che sembra assopire le coscienze.

Non ci sono solo l’Ilva e Taranto nelle parole dei protagonisti, di cui l’autore, Gaetano Collera, è interprete con Andrea Simonetti, per la regia di Enrico Messina. Ci sono i danni del boom economico all’italiana, il sindacato, la guerra tra il lavoro e la salute, la lotta di classe o l’idea della lotta perché la classe non c’è più, la quotidianità disillusa, ma anche i sogni e progetti, non solo quelli dei figli, ma in fondo anche quelli dei padri. Il grande tema della sicurezza dell’acciaieria è il luogo di incontro-scontro tra un operaio più anziano, distaccato, ironico e scorbutico, e il giovane laureato, polemico, illusoriamente rivoluzionario, tenero e rabbioso, che sui libri ha maturato la voglia di riaccendere la lotta di classe nella fabbrica che si è presa il padre.

Segue alla rappresentazione un breve dibattito con gli attori e l’autore, insieme a Giacomo Vendrame, segretario generale CGIL di Treviso, e Paolino Barbiero, segretario generale SPI CGIL di Treviso. Modera il giornalista Federico Cipolla.

Sinossi
In uno spogliatoio dell’Acciaieria 1 del grande impianto siderurgico, nel Reparto RH dove la lega di ferro e carbonio transita fusa a 1600 gradi e gli addetti controllano la qualità della miscela prima del passaggio alla colata, si incontrano un storico operaio ed un giovane laureato in economia, assunto come tanti, per sostituire il padre morto di tumore. Attorno a questa consuetudine aziendale si gioca, in fondo, l’assurdo di una terra: lo scambio consapevolmente inconsapevole tra benessere e salute, tra sicurezza economica di oggi e qualità del futuro. Il dialogo tra i due – il capo e la matricola, il padre e il figlio, chi la fabbrica la respira da una vita e chi la guarda ancora solo da fuori – trasuda realtà ed è al contempo quasi surreale, come la poltrona che viene svelata sulla scena e che, incarnando l’appagamento del consumismo, si fa simbolo della distanza tra le due generazioni. Fumi e polveri inquinanti hanno messo sotto scacco una città intera, come è possibile, e per quali interessi poi? E come sarebbe stato possibile per chi adesso sogna di scappare da quella città, di portare via i figli da quel disastro, assaggiare un po’ di benessere, senza quella fabbrica del Sud? Lo scambio di battute tra i due operai è un’armonia sottile tra toni ironici e drammatici, tra consapevolezza ed illusione, spezzata da qualche urlo che scuote i sensi profondi dello spettatore. Ecco come è morto mio padre racconta il giovane nel finale, prima che esploda la sua rabbia, mentre massaggia il collega più anziano disteso assorto sulla sua poltrona. Lo sa, lo sa bene anche lui.

La scenografia è minimale: l’arancione, quello dei caschetti che, per capirsi, vengono indossati solo durante i controlli (o le manifestazioni), è richiamato in ogni piccolo oggetto e nel gioco di luci sullo sfondo, mentre la gestualità ed i cambi di tono degli attori riempiono il palco… proprio come fossimo nella vita reale.

Auditorium Stefanini
Viale Terza Armata – Treviso

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