Mario Albanese – Mostra a Palazzo Sarcinelli 2013-04-12
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Calendario

Mario Albanese – Mostra a Palazzo Sarcinelli

Mario Albanese –  Opere dal 1948 al 2010 in mostra a Palazzo Sarcinelli di Cogliano dal 13 Aprile al 19 maggio
orario dal martedì al venerdì ore 16.00 – 19.00
orario sabato e domenica ore 10.00–13.00
orario sabato e domenica ore 16.00–19.00
ingresso libero
Palazzo Sarcinelli si trova in Centro Storico, via XX Settembre, 132

Mario Albanese nasce a Conegliano il 29 marzo 1933; inizia, fin da giovanissimo, a disegnare con passione; quando a 15 anni perde la madre, i fratelli gli regalano dei colori ad olio: comincia a dipingere con serietà ed impegno.

I primi dipinti ad olio sono “Notturno coneglianese”, eseguito a  quindici anni, e “Autoritratto” di lui sedicenne, che presenta nel verso un autoritratto a 19 anni; seguono “San Martino”, ancora un angolo di Conegliano, “Composizione silente” e “Assurdi silenzi”. La pittura qui è nitida, precisa, le forme sono ben delineate, ma figure e ambientazioni rimandano a suggestioni metafisiche e surrealiste, vi si scorgono riferimenti onirici, talvolta originati dall’ ascolto della musica (Gershwin per esempio), altra grande passione di Mario Albanese.

Negli anni ’60 la sua pittura diventa più corposa e pastosa: l’uso della spatola permette di lasciare in evidenza una certa matericità, di accostare colori con passaggi morbidi senza sfumarli; torna alla realtà con ritratti – “Diana”, “Bambina”-, figure umane –“Estate”-, autoritratti.

Da una pittura piuttosto scura passa presto ad una solarità calda, a volte dorata; dipinge il suo mondo: vedute – “Paesaggio italico”, “Paesaggio con betulle” –, gente della terra –“Vecchia contadina”-, vedute e figure della sua terra d’origine –“Donne d’Abruzzo”-; alterna visioni reali –“Bambina che si pettina”– ad immagini che affiorano dal passato: ”La madre” è evocata, non copiata, immaginata in una intensa espressione muta.

Prima stanza
Negli anni ’70 l’ aspetto materico diventa sempre più importante, la figura tende a fondersi con la natura – “Paesaggio umano”, “Essere nella terra”, “Adolescente”, “Paesaggio marino”-; quando la forma è prossima a dissolversi nella colata di colore, nelle forme informi del paesaggio, Mario Albanese sente il bisogno di tornare alla figura umana e alla accuratezza del segno e del colore. Si tratta, soprattutto, di ritratti, dove l’ osservazione acuta della personalità si accompagna ad un segno precisissimo, indagatore –“Donna alla cornice”, “Cornice stanca”, “La verza”-, dove la messa a fuoco di un oggetto si accosta ad un’ ombra lontana – “Interno con zucca”-; “Barocco” ripropone la verza come oggetto apparentemente insignificante ma pittoricamente “appetibile” con le sue venature, l’arricciarsi complicato, “barocco”, delle foglie, con la sua esuberanza vegetale che lo fa uscire illusionisticamente dalla cornice; dietro, ancora, il pittore stesso.
In questi volti alcune parti sono definite con grande accuratezza, altre sfumano nell’ ombra o in un riverbero di luce: il personaggio viene interpretato più che copiato, viene trasfigurato, ed ora vive in un mondo che non è quello reale ma invece quello fittizio dell’ arte.
“Oloferne” segna il passaggio ad una pittura più profondamente pensata, dove l’ aspetto letterario – il racconto biblico di Giuditta e Oloferne – è il pretesto per interrogarsi sulla vita e sul suo finire: il pittore si raffigura come Oloferne e il suo volto emerge in piena luce da un oscuro paesaggio al tramonto, dalle profondità della notte e della morte.
Poesia e letteratura appassionano da sempre Albanese, ed ora l’ aspetto letterario si intreccia sempre più profondamente con la pittura, che non è ovviamente illustrazione della poesia, ma se ne avvicina cogliendone suggestioni e  suggerimenti. Nasce, negli anni ’80, il ciclo “Il giardino di Armida” composto da 12 dipinti, che si ispira al XVI canto della Gerusalemme liberata di Tasso. E’ il canto in cui il poeta descrive gli amori tra Rinaldo e Armida nel favoloso giardino in cui regnano la finzione, la metamorfosi, il rimando di immagini attraverso specchi, fino al suo dissolversi come un gioco di nubi. Il pittore pensa ad un suo giardino, e lo dipinge ispirandosi al giardino reale che circonda la sua casa di Montegalda, popolandolo di amici, amori, memorie, incanti: “Mappa del giardino”, “L’ angelo costode”, “L’apparizione di Armida”, “La madre di Giorgione”, “Colloquio col tempo”.  Se l’ uomo deve “coltivare il suo giardino”, al di là di questo, al di là di questo “migliore dei mondi possibili” (Voltaire) non si può scorgere che la notte (“Fuori, la notte”, non in mostra).
In “Autoritratto come Zeusi” – l’antico, mitico pittore greco – la mano con il pennello esce dall’ ombra e dalla cornice per invadere il nostro mondo reale di osservatori.

Seconda stanza
I paesaggi di questi anni, anni ’90 e primo decennio del 2000, sono variazioni sui verdi, sull’ andamento delle colline, sulla luce e sui cieli: “Grande paesaggio verde”, “Appennino”, “Piccolo paesaggio umbro” e, soprattutto, sullo stato d’ animo che li ha originati e che ci viene suggerito: “E’ quasi autunno: domina un pensiero”, “Paesaggio istriano”, “La sera risucchia desideri”, “Scende la notte”, “Colli istriani”, e cioè il senso della fine: della giornata, della stagione e, metaforicamente, della vita. Cosicché “Fu un pomeriggio d’estate”, “Estate” “Dopo il temporale”, “L’ angelo del crepuscolo” sembrano potersi leggere come situazioni facenti già parte  del passato, trasfigurate dalla nostalgia.
L’ultimo breve ciclo è quello dei “bagni notturni”: il nudo femminile – da sempre protagonista privilegiato di pitture e sculture – entra in una dimensione notturna e misteriosa; la donna sembra dialogare con la donna, con la natura, nel buio complice che nasconde e vela segreti.

Stanzetta rossa
La piccola stanza accoglie ritratti.
“Ritratto del padre” e “Il padre di Diana”, tra i primi ritratti degli anni ’60, evidenziano quel bisogno di precisione e nitidezza nel segno e nel colore che si accompagnano ad una vera e propria interpretazione del soggetto;  “Il filosofo(Silvio Ceccato)”, “Gianni Palminteri”, “Pictor optimus” ( Giorgio De Chirico ), degli anni ’70, vengono delineati con uno sguardo affettuosamente impietoso; la luce piena in “Giosuè Mattiussi” rivela ombre taglienti, ombre più morbide, e l’ incarnato arrossato di chi lavora la terra; “Andrea Zanzotto”, Fulvio Tomizza”, “Alfonso Gatto” e “Giuseppe Zigaina” sono gli amici, scrittori e poeti, pittore l’ ultimo, che Albanese ritrae negli anni ’90, cogliendo di ognuno ( al di là della fisionomia ) l’ espressione che più lo caratterizza, e l’ accordo con un particolare paesaggio o tono di luce.

Terza stanza
L’ultima stanza della mostra accoglie alcuni dei numerosi dipinti dedicati a Pier Paolo Pasolini. Dalla passione e dall’ interesse per l’ opera letteraria, poetica, cinematografica di Pasolini, e dalla attenta lettura del libro di Giuseppe Zigaina che reinterpreta la sua morte come una morte programmata, decisa da lui stesso, e giustificabile come una estrema, ultima, assoluta possibilità espressiva, come un sacrificio necessario, calato in una sfera mitica, nascono questi dipinti.
Sono “Il poeta assassinato”, cioè Pasolini, tra il regale della posa e dell’ oro e il nulla dell’ occhio spento e della luce; “L’ enigma della luce”, ancora Pasolini con la maschera di Agamennone in un immaginario teatro-tempio lambito da una luce abbacinante; “Nell’ angolo più buio dell’ orto” che vede consumarsi il rito dell’ uccisione del gallo sacrificato alla Notte, sorella della Morte che appare nella nuvola; infine quelle figure, ancora del mito, che scandiscono la vita con i suoi ritmi le sue passioni e i suoi affanni, cioè “Demetra e Persefone” nel momento del distacco autunnale della madre dalla figlia, pronta a scendere negli inferi dal suo sposo, e “Eros e Thanatos”, Amore e Morte, turbato e senza più la benda Eros, ambiguo, con la mano aperta che ha lasciato cadere la fiaccola, e senza pudori Thanatos; inequivocabilmente presenti nella loro bellezza e fisicità.
I paesaggi hanno come titoli versi delle poesie di Pasolini; nascono quindi  da visioni poetiche e, ancora una volta, si intrecciano con il mondo immaginario e con le memorie del pittore.

Stanzetta dei disegni
I disegni di questa stanza e quelli esposti in bacheca e riprodotti in dimensione ridotta, non sono solo e semplicemente degli studi per i dipinti dedicati al “Poeta assassinato”. Con una tecnica complessa – matita grassa, sanguigna, pastello e “carta preparata” con colore diluito – che permette grande precisione ma anche straordinarie morbidezze, il pittore isola qualche dettaglio rendendolo così particolarmente eloquente nel “discorso” struggente sulla morte dell’ artista friulano: la luce di “Così verde del verde di una volta”; l’acqua-mare “in cui ricomincia la vita”; l’erba disseccata come “tutte le erbe del mondo” (1); l’erba umida, rigogliosa contrapposta ai due teschi; le ombre e i riverberi della notte che accoglie la bicicletta abbandonata; Pasolini nella sua tipica fisionomia/espressione con la maschera di Medea/Callas, alter ego del Poeta: “E Pasolini, dietro la maschera di Medea, di Edipo, di Cristo, parla di se stesso, con le sue inquietudini e timori ed esortazioni”(2).
(1) P.P.Pasolini
(2) M. Albanese

Info e fonte; Città di Conegliano – Ufficio della Comunicazione

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