Nuvole in viaggio – Cineforum Spazi Bomben 2012-03-05
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Nuvole in viaggio – Cineforum Spazi Bomben

Nuvole in viaggio. Esperienze di luoghi nel cinema – mercoledì 7 marzo ore 21 proiezione del film L’altra verità di Ken Loach
La rassegna cinematografica Nuvole in viaggio. Esperienze di luoghi nel cinema, organizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche, e curata da Luciano Morbiato, esperto di storia e critica cinematografica, e Simonetta Zanon, Fondazione Benetton Studi Ricerche, paesaggista, proseguirà mercoledì 7 marzo alle ore 21 con la proiezione del film L’altra verità (GB/F/B/It/Sp 2010, durata 108’) di Ken Loach.

L’ultimo film del regista inglese Ken Loach è un esempio interessante e stimolante di intervento sui risvolti di una tipica guerra “asimmetrica” del Terzo millennio: una coalizione di paesi dell’ONU, guidata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, ha invaso l’Iraq e rovesciato il regime di Saddam per ragioni umanitarie, cioè con lo scopo di stabilire una democrazia parlamentare, ma una parte del lavoro (quello sporco) è stato affidato ad agenzie private che non devono rispondere delle azioni violente dei loro “impiegati”, i contractor. Alla fine del suo contratto, Fergus è tornato a Liverpool mentre il suo amico Frankie è morto in circostanze misteriose sulla strada che porta all’aeroporto di Bagdad, la Route Irish del titolo originale, la strada più pericolosa del mondo, assente tuttavia dal film. Il regista ci mostra invece la città inglese e, soprattutto, il braccio di mare dell’estuario del fiume Mersey: per il protagonista questo è un luogo della memoria che finirà per essere anche quello dell’espiazione.
La rassegna proseguirà mercoledì 21 marzo con Uomini di Dio (Francia 2010) di Xavier Beauvois
e si concluderà mercoledì 4 aprile con Piazza Garibaldi (Italia 2011) di Davide Ferrario che sarà presente alla serata.

Le proiezioni si svolgeranno nell’auditorium degli spazi Bomben (Treviso, via Cornarotta 7), ore 21,
ingresso unico 4 euro.
Serata conclusiva a ingresso libero, fino a esaurimento posti.
Per informazioni: Fondazione Benetton, tel. 0422.5121, fbsr@fbsr.it, www.fbsr.it.

Terre tra i fiumi
approfondimento a cura di Luciano Morbiato
Ci sono luoghi che pochi hanno visto ma che tutti conoscono: la Route Irish a Bagdad, che dalla città arriva all’aeroporto, è uno di questi; tra qualche anno forse se ne perderà persino il nome (certamente un nomignolo, affibbiato dagli americani dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, come a Berlino il Check Point Charlie, famoso negli anni ’60), ma per il momento è un luogo quasi familiare, purtroppo anche per noi italiani. A un posto di blocco su quella strada, infatti, il 4 marzo 2005 è stato ucciso Nicola Calipari, funzionario del SISDE, che stava riportando in Italia la giornalista de “Il Manifesto” Giuliana Sgrena dopo essere riuscito a liberarla dai suoi sequestratori; a sparare con la mitragliatrice, ferendo anche la giornalista e l’autista del mezzo, era stato il caporale americano Mario Lozano, “stressato” per l’attesa dell’ambasciatore USA Negroponte, di cui doveva garantire la sicurezza: l’inchiesta interna alle forze armate americane non ha portato all’incriminazione del caporale o di altri responsabili. Route Irish è il titolo originale del film di Ken Loach, ma la “strada irlandese” (perché irlandese?) praticamente non si vede: si tratta solo di un cartello segnaletico (versione attuale di Hic sunt leones), di un promemoria per lo spettatore, dato che la storia dell’amicizia di tutta una vita tra Fergus e Frankie converge effettivamente verso la guerra in Iraq (o, meglio, il lungo dopoguerra) dopo l’infanzia spensierata e la giovinezza in Inghilterra. Tanto è simbolica in questa storia la presenza della “terra tra i fiumi”, la Mesopotamia che corrisponde grosso modo all’Iraq odierno, altrettanto è figurativamente insistita nel film la presenza del fiume Mersey, attorno al cui ampio estuario sorge Liverpool, la città portuale e industriale da decenni in crisi (ma è anche la città dalla quale sono usciti i Beatles, quasi cinquant’anni fa). Dalla crisi e dalla disoccupazione fuggono i due amici per fare i contractor, praticamente i soldati mercenari, in Iraq, benissimo pagati e pochissimo controllati nelle loro azioni di repressione degli insorti e controllo della popolazione irachena. Fergus è infine tornato a Liverpool, mentre Frankie è rimasto ed è morto in circostanze poco chiare, che l’amico cerca di scoprire, rompendo il muro di mezze verità, omertà e connivenze degli arruolatori responsabili. L’appartamento modernissimo, praticamente vuoto e asettico, in cui vive Fergus e dalle cui grandi finestre egli guarda scorrere l’acqua del Mersey, è metafora dello svuotamento che la sua vita ha subìto e che soltanto la verità sulla morte dell’amico potrebbe riempire o almeno rendere meno desolante, risarcendo in parte anche la vedova di Frankie, che lo ritiene responsabile del coinvolgimento del marito nell’avventura irachena. I toni freddi della parte inglese del film esaltano, per contrasto, i toni accesi dei flashback sugli episodi iracheni, in cui le riprese effettuate con la camera a mano in esterni assolati e polverosi (ancora una volta si tratta di un Iraq ricostruito in Marocco o altrove, forse la Spagna) si riflettono nelle sequenze convulse e mosse, “sporche” e urlate come se si trattasse di un reportage televisivo o di una documentazione interna alle forze di occupazione. Nella dialettica tra luoghi presenti e assenti, reali e inventati, luoghi della narrazione veritiera e della finzione necessaria, Ken Loach conferma la uscita dagli intrecci e dai problemi domestici inglesi che hanno caratterizzato la sua prima filmografia, da Poor Cow a Ladybird Ladybird, storie di donne umiliate ed emarginate, per affrontare dei soggetti legati alle guerre antifasciste (Terra e libertà) o alle lotte sindacali negli USA (Bread and Roses), fino alle guerre asimmetriche e “umanitarie” di questi ultimi anni. È stato osservato dalla critica che non si tratta del Loach migliore, ma il film è comunque una buona occasione per parlare del suo cinema, che è diventato un modello di intervento critico sulla realtà sociale inglese, come ha dimostrato la regista Andrea Arnold con Fish Tank (visto nella rassegna precedente). L’altra verità può essere visto come un film sull’amicizia che scomoda le tragedie della globalizzazione o come il tentativo di coniugare film d’azione e denuncia dell’imperialismo, ma il regista non si trova a suo agio e finisce per lasciare il suo protagonista sospeso tra la nevrosi del reduce, la decisione di fare il giustiziere e il desiderio di espiazione. Restano le acque plumbee del Mersey, la superficie indifferente anche se leggermente increspata del fiume che scorre e occupa per intero lo schermo all’inizio del film, quando la mdp si identifica con lo sguardo dall’alto di Fergus e innesca il ricordo delle traversate dei due adolescenti sul traghetto che unisce le sponde, e alla fine, quando dopo la panoramica sul waterfront scintillante di edifici in vetro e acciaio si arresta ancora sulle acque del fiume, come un sudario che tutto ricopre.

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