Paesaggi che cambiano – Spazi Bomben 2014-02-25
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Paesaggi che cambiano – Spazi Bomben

Paesaggi che cambiano 2014. Luoghi, persone, mestieri rassegna cinematografica all’Auditorium spazi Bomben di Treviso.
Mercoledì 26 febbraio 2014 alle ore 21 proiezione del film Le ricamatrici di Eléonore Faucher

L’arte del ricamo come metafora di una “ricostruzione interiore”.
La rassegna cinematografica Paesaggi che cambiano, proposta dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche negli spazi Bomben di Treviso, prosegue lungo il filo rosso dei “mestieri”, scelto per legare i cinque titoli in programma, e propone, mercoledì 26 febbraio alle ore 21, la visione del film Le ricamatrici (durata 89’, 2004, Francia), opera prima della regista Eléonore Faucher.

C’è un doppio rapporto che si instaura tra la giovanissima Claire e la matura signora Melikian: il primo, più evidente, è quello da apprendista a maestra nell’arte del ricamo; l’altro associa le due donne in una graduale e scambievole solidarietà. La diciassettenne, che si è allontanata dalla sua famiglia e affronta una gravidanza non desiderata, troverà nell’atelier della donna, chiusa nel dolore per la perdita del figlio, un rifugio in cui coltivare l’amore per la nuova creatura, che potrà divenire una forma di compensazione, di riequilibrio affettivo anche per la madre disperata. Il ricamo prezioso, un artigianato che crea con infinita pazienza la bellezza materiale, diventa così metafora di una tessitura intima eppure efficace, che riguarda la vita e i sentimenti, in questo film tutto femminile, grazie alla regista, alla sceneggiatrice Gaëlle Macé e alle interpreti: la giovane Lola Naymark, dalla folta e fulva capigliatura, e la scura, quasi tragica, Ariane Ascaride, un duetto in rosso e nero sullo sfondo della tavolozza dei colori incastonati sul telaio.

Spiega Luciano Morbiato, curatore della rassegna insieme a Simonetta Zanon: «il proposito ambizioso dei cinque titoli in programma è quello di selezionare alcuni film nei quali il lavoro come creazione individuale e/o fatica collettiva è il motore delle storie: si tratta di poche opere particolarmente significative, colte in un vasto arco temporale, che diventano obiettiva (e talora inesauribile) fonte di dibattito, ma possono anche innescare una scelta ulteriore, suggerire una personale continuazione da parte dello spettatore. Nel corso del ventesimo secolo la classe operaia è stata spesso protagonista della storia attraverso lotte e sconfitte e rivoluzioni, per arrivare di recente, nell’epoca post-industriale, a una sua apparente scomparsa (almeno nel mondo occidentale); di queste alterne vicende testimoniano alcune incursioni del cinema nell’universo del lavoro, che costituiscono una specie di incontro tra l’ordinario e il meraviglioso, già dagli estremi di Metropolis (1927) di Fritz Lang e di Tempi moderni (1936) di Charlie Chaplin, cioè dalla rivolta dell’operaio-massa allo sberleffo del vagabondo che entra, letteralmente, nella catena di montaggio».

La rassegna proseguirà mercoledì 12 marzo proprio con la visione di Tempi moderni (durata 89’, USA). Charlie Chaplin, anche se continua a negare la “modernità” del cinema parlato, affronta il tema del lavoro e la realtà della fabbrica e della catena di montaggio, insieme alle loro conseguenze cicliche, come la disoccupazione e lo sciopero. Il vagabondo vede gli operai entrare in fabbrica, li trasforma mentalmente in un gregge di pecore, ma anche lui si sottomette alla realtà di tempi e metodi. Non resisterà a lungo, per incompatibilità con quel mondo alienante, e dovrà ricorrere alla fuga nella libertà, in compagnia del suo doppio, la monella orfana, interpretata da Paulette Goddard.

Mercoledì 26 marzo sarà la volta di La classe operaia va in paradiso (durata 125’, 1972, Italia) di Elio Petri. Lulù (uno strabiliante Gian Maria Volonté), specialista del cottimo senza coscienza sindacale, vive in una casa piena di ninnoli costosi e inutili, finché un incidente alla catena di montaggio ne sconvolge le certezze e lo riavvicina al sindacato. Suscitò aspre polemiche a sinistra la storia dell’operaio Lulù Massa: ritratto grottesco e caricaturale, ritenuto non obiettivo né costruttivo; quarant’anni dopo possiamo riconoscere il valore politico del film, che nega la mitologia operaia e privilegia l’analisi antropologica del sistema, dentro e fuori della fabbrica.

La rassegna si concluderà mercoledì 9 aprile con La stella che non c’è (durata 104’, 2006, Italia e coproduzione) di Gianni Amelio. L’addetto alla manutenzione Vincenzo Buonavolontà (un evidente nome-bandiera) insegue la fabbrica, chiusa in Italia e venduta ai cinesi, per rimediare a un difetto di cui si è reso conto e consegnare una centralina corretta. Intraprende così un viaggio (a sue spese) in Cina, quindi da Shangai alla Mongolia, assieme alla giovane interprete Liu Hua; due solitudini e due frustrazioni si incontrano e, insieme, superano le incomprensioni, non solo linguistiche: un finale aperto sul futuro che è già cominciato.

Auditorium spazi Bomben, via Cornarotta 7, Treviso, ore 21.
Ingresso unico 4 euro.
Schede informative consultabili nel sito: www.fbsr.it
Per informazioni: Fondazione Benetton Studi Ricerche, tel. 0422.5121, fbsr@fbsr.it, www.fbsr.it

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