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L’italiana in Algeri di Rossini al Comunale Del Monaco di Treviso

La stagione operistica del Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso si conclude con L’italiana in Algeri di Rossini, che andrà in scena mercoledì 27 gennaio alle 20.45 (replica venerdì 29 gennaio alle 20.45 e domenica 31 gennaio alle 16.00). Nata dalla coproduzione fra Teatro Comunale di Ferrara e Teatri e Umanesimo Latino SpA, l’opera vedrà interpreti Nicola Ulivieri nel ruolo di Mustafà, Daniela Cappiello nel ruolo di Elvira, Valeria Girardello come Zulma, Giulio Mastrototaro in Haly, Francisco Brito nella parte di Lindoro, Alisa Kolosova come Isabella e Lorenzo Regazzo in Taddeo. Sul podio dell’Orchestra Città di Ferrara salirà Francesco Ommassini, mentre il Coro Iris Ensemble sarà diretto da Marina Malavasi. La regia dell’opera è di Giuseppe Emiliani, il riallestimento visuale e scenografico (con elementi scenici di Emanuele Luttazzi) è curato da Franco Cautero, i costumi sono di Stefano Nicolao, le proiezioni di Marco Godeas.

Martedì 26 gennaio alle ore 17.00, presso il Ridotto Del Teatro
Gabriele Gandini, direttore artistico di Teatri e Umanesimo Latino S.p.A. dialogherà con Francesco Ommassini, direttore d’orchestra, Giuseppe Emiliani, regista, Franco Cautero, scenografo e light designer e con il cast dei cantanti dell’opera.
Ingresso libero

Gioachino Rossini – L’italiana in Algeri
Dramma giocoso per musica in due atti di Angelo Anelli

Mercoledì 27 gennaio ore 20.45 Turno A
Venerdì 29 gennaio ore 20.45 Turno B
Domenica 31 gennaio ore 16.00 Turno C

Personaggi e interpreti
Mustafà Nicola Ulivieri
Elvira Daniela Cappiello
Zulma Valeria Girardello
Haly Giulio Mastrototaro
Lindoro Francisco Brito
Isabella Alisa Kolosova
Taddeo Lorenzo Regazzo

Direttore Francesco Ommassini
Regia Giuseppe Emiliani

Riallestimento visuale e scenografico e disegno luci
Federico Cautero
Elementi scenici Emanuele Luzzati
Proiezioni Marco Godeas

Orchestra Città Di Ferrara
Coro Iris Ensemble
Direttore del coro Marina Malavasi

La Nascita dell’Opera
A Venezia, al Teatro di San Moisè, Rossini aveva un conto aperto. Era il teatro del suo esordio, con La cambiale di matrimonio (3 novembre 1810); vi era ritornato quattordici mesi dopo con L’inganno felice (8 gennaio 1812); dopo altri quattro mesi con La scala di seta (9 maggio 1812) e poco più di sei mesi dopo con L’occasione fa il ladro (24 novembre 1812). Ora siamo nel 1813, e Venezia sembra essere diventata il centro di ogni operazione rossiniana: a fine gennaio, sempre al San Moisè, va in scena Il signor Bruschino, mentre al Teatro di San Benedetto viene ripreso L’inganno felice; negli stessi giorni, cioè il 6 febbraio, il pubblico della Fenice decreta un trionfo al Tancredi. La temperatura sale di qualche grado, ed ecco che il Teatro di San Benedetto decide di riprendere La pietra del paragone, già sentita alla Scala: è il 19 aprile. Imprevedibilmente, non è un successo, e l’impresario del teatro, Giovanni Gallo, deve ricorrere a una collaudata opera di Stefano Pavesi per poter comunque utilizzare le eminenti qualità della primadonna Maria Marcolini: è il Ser Marcantonio, libretto di Angelo Anelli. Ancora una volta, qualcosa non funziona, e nel corso dei primi venti giorni di maggio si giunge a un compromesso: primo atto del Ser Marcantonio, seguito dal secondo atto della Pietra del paragone. l’impresario Gallo sta aspettando l’opera nuova prevista: libretto di Gaetano Rossi, musica di Carlo Coccia; ma non arriva. Nel frattempo, Rossini aveva lasciato Venezia, presumibilmente a metà febbraio, per raggiungere Ferrara, dove a fine marzo doveva andare in scena una ripresa del Tancredi, con il finale modificato. Un emissario del signor Gallo avvisò Rossini, per farlo tornare a Venezia; ed egli vi giunse probabilmente nei primi giorni di aprile, in soccorso dell’impresario. Se Carlo Coccia non consegnava l’opera in contratto, poteva Rossini sostituirlo? Poteva.

A una condizione, naturalmente: che non si perdesse altro tempo alla ricerca di un soggetto e di un verseggiatore, ma che si potesse lavorare su un libretto già esistente. Un’abitudine, questa, un tempo molto diffusa (l’Artaserse di Metastasio era stato musicato almeno ottanta volte in cinquantacinque anni), ma ormai in via di lenta estinzione; a meno che non ci fossero motivi ben validi per riprenderla: la fretta, o la qualità del libretto, o la sua attualità. Per tutti questi motivi variamente intrecciati, Rossini accettò di salvare l’impresario del San Benedetto, e scelse (o qualcuno gli suggerì) un libretto di Angelo Anelli che cinque anni prima, alla Scala, aveva avuto il trionfo di trentacinque repliche.

Il libretto de L’italiana in Algeri, dramma giocoso per musica in due atti, era stato scritto per l’inaugurazione della Stagione d’Autunno e, con la musica di Luigi Mosca, maestro nel Real Collegio di Musica in Napoli, era andato in scena il 16 agosto 1808, senza il nome del poeta. Anelli preferiva l’anonimato, oppure sceglieva qualche pseudonimo (Marco Landi, Niccolò Liprandi, Tommaso Menucci di Goro): non amava il mestiere di poeta di teatro, e forse si vergognava dei lazzi e dei doppi sensi dell’opera buffa, linguaggio disdicevole per un professore d’università. Forse voleva colpire personaggi e istituzioni, e fare la parodia dei riti massonici con lo scherzo dei pappataci: proprio lui, Angelo Anelli, notoriamente massone. Forse Ugo Foscolo non aveva tutti i torti nel descrivere il librettista gardesano come un istrione dalla voce di poeta evirato, incredulo, invidioso, delatore, esasperante, pauroso come un coniglio, miserello e spilorcio come un rospo, sospettoso come una vecchia in amore. Un poeta, insomma, con un vivo spirito buffonesco, con una carica istrionica non comune, e dotato inequivocabilmente, come affermò Stendhal, di un briciolo di talento genuino: qualità queste, che non potevano non piacere a Rossini. In quanto all’attualità del tema, non esistevano dubbi. In quegli anni gli schiavi cristiani in Algeria erano poco meno di duemila, e a navigare nel Mediterraneo meridionale si correva sempre un grosso rischio; come accadde al principe di Paternò, Giovan Luigi Moncada, rapito nel 1797; come sarebbe accaduto a Luigi Pananti, poeta e librettista, rapito quattro mesi dopo la prima dell’opera di Rossini.

Avuto nelle mani il libretto, Rossini si preoccupò di apportare alcune modifiche, forse rivolgendosi al poeta del Teatro di San Benedetto, Gaetano Rossi: modifiche di piccola entità quantitativa, anche se decisive sul piano musicale (per esempio nella testa ho un campanello, nel Finale I). Avendo a disposizione poco più di venti giorni, affidò i recitativi alle mani di un collaboratore, il quale compose anche un’aria di sorbetto, quella per il comprimario Haly (Le femmine d’Italia, II, 7), e probabilmente anche la cavatina di Lindoro Oh come il cor di giubilo (II, 3). Il tempo a disposizione era più che sufficiente per inventare tutto il resto, senza dover partire da zero, qua e là ricordando qualche spunto tematico di Luigi Mosca, qualche sua soluzione drammaturgica. Quando andò in scena, il 22 maggio, l’Italiana in Algeri cancellò lo spartito di Mosca, e salvò definitivamente dall’oblio il nome di Angelo Anelli: anche se, ancora una volta, il libretto venne pubblicato anonimo. Il successo, anche per merito dell’ottima compagnia di canto e in modo particolare della Marcolini e di Filippo Galli (Mustafà), fu ottimo, e fino al 30 giugno, giorno di chiusura della stagione, si ebbero non meno di 30 recite. Scrisse il Giornale dipartimentale dell’Adriatico (24 maggio 1813): La musica del Sig. Rossini va aggiunta a’ tanti saggi che abbiamo di questo fervido genio, che iniziato nella più brillante carriera, va di galoppo a premere l’orme de’ più sublimi Maestri dell’arte. Se ovunque non si marcassero in essa quelle tinte che son proprie di lui, difficilmente creder potriasi come nell’angusto spazio di 27 giorni abbia egli potuto eseguire un sì eccellente lavoro, che al più vivo entusiasmo trasportò un Pubblico che non s’illude, perché intelligente.

Per una ripresa dell’opera al Teatro Eretenio di Vicenza (luglio 1813), sempre con la Marcolini protagonista, Rossini sostituì la cavatina di Isabella Cruda sorte! (I, 4) con un recitativo e cavatina completamente diversi, e senza la partecipazione del coro, il cui testo potrebbe essere di Gaetano Rossi (o dello stesso Rossini): Cessò alfin la tempesta – Cimentando i venti e l’onde; ma non è escluso che questo brano possa essere stato utilizzato già nel corso delle precedenti recite veneziane.
Per una ripresa dell’opera al Teatro Re di Milano (inizio aprile 1814), Rossini eliminò la cavatina di Lindoro Oh come il cor di giubilo che, come si è detto, molto probabilmente non era di sua composizione, e il recitativo fra Isabella e Lindoro che la precede (Qual disdetta è la mia!), e la sostituì con un nuovo recitativo (Misera!… che farò?…) e una nuova Cavatina, Concedi, amor pietoso, in parte derivata dalla cabaletta Dolci d’amor parole del Tancredi.
Per una ripresa dell’opera al Teatro dei Fiorentini di Napoli (ottobre 1815), per ragioni di censura Rossini fu costretto a sostituire il rondò finale di Isabella Pensa alla patria (II, 11), che conteneva riferimenti alla patria e al valore degli italiani, con il recitativo secco Cessò alfin la tempesta e l’aria Sullo stil de’ viaggiatori; inoltre eliminò la cavatina di Lindoro e l’aria di Haly.

Biglietti
per acquisti di persona: martedì – venerdì: 10.00 – 14.00; sabato: 10.00 – 12.30;
per acquisti al telefono (0422 540480): martedì – venerdì: 14.30 – 16.30
Nei giorni di spettacolo: anche dalle 19.30 per le recite serali, dalle 15.00 per le recite pomeridiane.
Acquisto online: (www.teatrispa.it oppure www.boxol.it))

Teatro Comunale Mario Del Monaco
tel. 0422 540480 – Corso del Popolo 31 – 31100 Treviso
info e fonte; Teatri e Umanesimo Latino S.p.A.

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