Tolo Marton interview – La Strato, le Orme, Seattle e… 2009-12-04
Time To Lose

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Tolo Marton interview – La Strato, le Orme, Seattle e…

Tolo Marton, musicista italiano, di Treviso, classe 1951, è stato uno dei pionieri della musica rock dal vivo nel nostro paese. Maestro e faro di molti chitarristi rock-blues italiani dei giorni nostri, si è guadagnato fama e stima oltre oceano, dove ha ottenuto importanti riconoscimenti. Recentemente ha riportato in vita I suoi primi tre lavori da solista in un doppio CD intitolato “Reprints”. L’abbiamo incontrato un lunedì pomeriggio nella sua casa nella prima periferia di Treviso per una lunga chiacchierata.
Fonte: Laster.it


Nel sito ufficiale di Tolo Marton potete trovare tutte le info sull’artista e le date dei suoi concerti, oltre ai riferimenti per acquistare i suoi CD, cosa che potete fare anche scrivendogli direttamente.  www.tolomarton.com jazhat51@libero.it

Ciao Tolo. Iniziamo con una domanda “chitarristica”. Utilizzi prevalentemente chitarre Fender Stratocaster. Perché?

Avevo quasi vent’anni quando comprai la mia prima Stratocaster con uno scambio parziale con il mio basso Fender Mustang e aggiunsi 80mila lire: la chitarra era del 64 di colore rosso. Uno dei motivi di questa scelta è stato sicuramente la mia passione per Rory Gallagher e per la sua musica.

Mi ci trovo bene perché è la chitarra che mi dà più possibilità di dinamica, che risponde meglio agli stimoli, in sostanza non ha limiti espressivi. Il fatto di essere una solid body, con il manico avvitato, il ponte mobile, i single coil, le conferisce energia e una timbrica tutta sua.

La posizione dei controlli poi ti permette di avere tutto a portata di mano. Non so spiegare effettivamente perché sia uno strumento cosi versatile, ma mi vien da dire che Leo Fender aveva capito che cosa si stava cercando da una chitarra già nel lontano 1954!

  • Ho sempre fatto una riflessione confrontando i chitarristi della tua generazione e quelli della mia. Il modo di suonare è molto diverso, l’approccio allo strumento pure, voi siete molto più “autodidatti”. Come è stato il tuo approccio di studio sullo strumento?

Innanzitutto un musicista deve avere una certa predisposizione “innata”, che poi nel corso degli anni necessita di essere nutrita e stimolata. Ci sono alcuni che hanno una facilità di assimilare grandi quantità di informazioni, oltre a una fortunata coordinazione manuale, soprattutto nelle nuove generazioni. Riescono a immagazzinare dati e tradurli sullo strumento molto presto, ma spesso senza poi distinguersi da altri.

Ci sono quelli che invece, fermo restando il fatto di avere un buon orecchio, che si concentrano su pochi ma fondamentali elementi. Io appartengo a questa seconda categoria. Il mio percorso è stato quello di ascoltare i dischi a orecchio, con molta concentrazione, cercando di separare il tutto e far tesoro di cose magari semplici ma importanti per la definizione dei diversi linguaggi musicali. Per me conta capire la struttura della musica, come è fatta, per assimilarne le regole e sapermi poi orientare in contesti differenti.

Quando iniziai a quindici anni era naturale che, ascoltando la radio, cercassi ad esempio di sentire il basso e capire cosa stesse facendo per decifrare gli accordi. Credo che usare il proprio orecchio, senza un maestro che ti dice quello che devi fare, senza mp3 o video didattici, sia un grande fatica perché ci metti una vita per fare una cosa, ma quando l’hai capita diventa tua. Prendi dieci chitarristi della mia età che hanno ascoltato le stesse cose (abbiamo ascoltato tutti Eric Clapton, Hendrix, ecc..) ma tutti suoniamo diversi, come mai?

Perché ognuno ha usato un proprio metodo personale, le nostre orecchie, la nostra testa, le nostre mani, le nostre diteggiature e la nostra immaginazione. Questo è il pregio della cosa. E credo che sia uno dei motivi per cui in quel periodo sono venuti fuori Eric Clapton, Jimi Hendrix, Johnny Winter, Santana ecc., gente che si riconosce dopo un secondo di ascolto. Oggi certamente si impara più in fretta, si fanno cose tecnicamente difficilissime (ma in passato c’era sempre qualcuno che eccelleva anche in questo), ma credo che sia venuta a mancare un po’ la capacità di capire la musica nel suo significato più nobil.

Sembra che il massimo per molti musicisti o ascoltatori sia vedere qualcuno che fa cose molte difficoltose, e più perfette le fa meglio è (certamente), ma perde di vista il risultato che producono in chi ascolta. Invece aiuta ascoltare gli altri dimenticando che noi stessi suoniamo, così si va molto più in profondità senza farsi abbagliare troppo da tecnicismi e dall’immagine. Oggi si nasce in un mondo dove è tutto è  già fatto, e pochi hanno voglia di ascoltare cose nuove, anche perché non arrivano stimoli genuini dal mondo di chi dovrebbe fare cultura. Forse le mie possono sembrare le solite osservazioni da vecchi, ma provate a pensare quanto in fretta è cambiata la musica tra il 1965 e il 68, in tre anni. E confrontate con quanto è cambiata per esempio tra gli anni 80 a oggi, quasi trent’anni..di flussi e riflussi!

  • Parliamo dei tuoi primi dischi, che hai rimasterizzato e ristampato nel doppio cd “Reprints” uscito in questi giorni. Soprattutto nei primi due, “The Blues Won’t Go Away” e “Let Me Be”, si sente un approccio legato molto più alla “canzone” che a un discorso chitarristico.

Direi di sì, perché ho sempre considerato la chitarra uno strumento, non un fine. Potrei essere stato un pianista, anzi da piccolo lo volevo intensamente, ma la vita mi ha portato a suonare la chitarra. Se fossi stato uno che bada solo alla tecnica chitarristica, avrei dedicato meno tempo alla composizione. Penso che la musica sia una forma artistica, un modo per arrivare alla gente,  frase fatta quanto si vuole.. ma è la realtà.

Se avessi avuto un altro carattere, meno riservato e timido, probabilmente la musica sarebbe stata solo un passatempo, e invece mi ha facilitato nelle amicizie ad esempio, e a condividere interessi comuni.

Anche per questo mi sono messo a comporre, perché suonare un assolo di chitarra è più individualista, far sentire una canzone è un’esperienza più… comunitaria. Nei dischi ho cercato sempre di mettere composizioni mie, più varie possibili, che rispecchino mondi diversi ai quali sono legato, e di non porre  in evidenza solo il lato chitarristico, che c’è naturalmente ma non al pari delle registrazioni live.

  • Quindi, come è nato il progetto-idea di fare Reprints?

REPRINTS è appunto la ristampa su CD dei miei primi tre dischi da solista. I vinili erano introvabili ormai da più di venti anni. L’idea di rimettere le mani a queste registrazioni e ripubblicarle su CD ce l’avevo già da un po’. In tanti mi chiedevano dei miei primi lavori, così ho deciso di rispolverare tutto il materiale. C’e voluto tempo, soprattutto per il riascolto di tante registrazioni dal vivo di quell’epoca (primi anni 80), da cui avrei selezionato le molte bonus track, allo scopo di far sentire come suonavamo dal vivo i pezzi registrati in studio.

  • Mi ha colpito molto “One guitar band”, il tuo terzo LP, realizzato sovraincidendo più tracce di chitarra. Come è nato?

E’ un disco completamente diverso dagli altri due, che erano stati realizzati con notevole impegno in studio, sia in termini di tempo sia economici. Soprattutto con “Let me be”, all’età di  32 anni,  volevo dare il meglio di me per ottenere anche un riscontro quasi commerciale che mi aprisse le porte a più esibizioni dal vivo.  Non avendo ottenuto i risultati sperati, con il terzo optai per un disco rilassato, senza nessuna velleità o altri fini, mescolando blues, country, qualche brano jazz, quasi esclusivamente pezzi strumentali.

Mi divertivo (e aggiungo che mi è servito molto) a registrare fin da quando iniziai a suonare nel 1966, quando utilizzavo 2 piccoli registratori, un Geloso e un Philips. Prima incidevo sul registratore A ad es. una ritmica, poi posizionavo il microfono, ricollegato al registratore B, in modo che prendesse sia la nuova parte che suonavo e la ritmica appena incisa che usciva dall’altoparlante del reg. A.

Un sistema rudimentale  per capire che effetto avrebbe fatto l’assieme di diverse parti.  Anche “One guitar band” è nato cosi, registrato in casa con un Teac 4 tracce a bobine. In un paio di brani le tracce sono 5, perché mentre mixavo e riversavo nel master a 2 tracce, suovavo, con qualche manovra …diciamo di acrobazia, un’altra parte di  chitarra direttamente nel master! One guitar band ebbe le migliori recensioni, tra le quali anche una su Guitar Player del maggio ’84.

  • Quali sono gli artisti che più ti hanno condizionato e che ti piacciono?

Parliamo di chitarristi? Rory Gallagher all’inizio, da lui ho assimilato tantissimo. Non solo lo stile musicale, anche la sua coerenza, il suo andare contro le tendenze del business. Mi aveva colpito perche ascoltandolo non riuscivo a trovare le radici del suo stile. Mi era impossibile capire da dove venivano certe cose del suo modo di suonare.

Un altro è Nils Lofgren. Nel 75 quando ero a Los Angeles a registrare con le Orme, andai a un suo concerto e prima che incominciasse m’incuriosì il look anni ‘50, in quel periodo in cui avevamo tutti i capelli lunghi! Poi approfondii cercando I suoi dischi, e trovai anche in lui il fatto che non si capiva effettivamente da dove si ispirasse nel modo di suonare. Gallagher e Lofgren, diversissimi, uno con una libertà e grinta a volte disperata, l’altro quasi scientifico, ma entrambi originalissimi e anti-divi.

Poi ci sono tutti gli altri, da Hendrix a Clapton con i Cream, Alvin Lee, BB King, Eric Gale con gli Stuff e la chitarra hawaiana che sentivo da piccolo (Santo e Johnny), che mi ha sempre appassionato. Molto importante è il mondo dei musicisti in senso più lato: Joni Mitchell, Paul Simon, Beatles, i Rokes (perché no?), Miles Davis, Ennio Morricone, le musiche da film, Gershwin… Mi piace molto la colonna sonora di Ben-Hur! Prima o poi ne farò un medley, come ho già fatto con i western di Sergio Leone.

  • Un redattore del sito, parlando di te, ha scritto “…ma non solo Blues (e non è certo polemica nè fare il bastian contrario) perchè per me Tolo è anche altro, sin dai tempi della mia gioventù; e a volte ‘sto blues confonde le acque ( e potrebbe annoiare qualcuno), benchè sia per me alla base di tutto o quasi. Intendevo dire (soprattutto ma non solo): che belli i tempi di Smogmagica e di quell’Amico di Ieri ascoltata al Juke Box. Quell’entrata di Marton nelle Orme era per me meglio di quella di Walsh negli Eagles. Peccato che poi sia durata poco.”

Mi fa piacere che qualcuno se ne accorga! Purtroppo la gente ha bisogno di “metterti in uno scaffale” per identificarti in un genere musicale, per collocarti.

Questa cosa per un’artista è inaccettabile, perchè per quanto uno faccia, poi tanti non sono capaci di ascoltarti con le orecchie fresche, ma solo piene di luoghi comuni e definizioni sentite dire. Non c’è peggior cosa, per chi con la musica tenta di farsi conoscere per quello che è, che sentirsi fraintesi.

E poi, a essere sinceri, essere accostato continuamente a questa famiglia del blues italiano, dove si respira anche nei giovani una certa monotonia d’intenti, non fa per me… io da anni lo paragono scherzosamente al “liscio”!

Seriamente parlando, per me la parola blues sarà ancora appetibile solo se tornerà ad avere nel suo interno concetti come innovazione e sperimentazione, cosa che mi sembra non stia succedendo più nemmeno negli Stati Uniti ormai.

Con le Orme è stata una bellissima esperienza, soprattutto a Los Angeles quando incidemmo “Smogmagica”. Eravamo nell’agosto 1975, cercavano un chitarrista. La loro musica era molto progressiva, con tempi dispari e un po’ complicata, come andava allora. Forse ci ho portato un suono di chitarra fresco, un po’ di rock e di semplicità. Certo ero ancora alle prime armi come compositore, se fosse durata potremmo aver fatto cose migliori.  Ma me ne sono andato subito, per coerenza, perché avrei dovuto travestirmi sul palco, e mi sarei sentito tremendamente a disagio nel farlo.

  • Che cosa ha significato per te vincere il concorso mondiale “Jimi Hendrix Electric Guitar Festival” nel 1998 a Seattle?

E’ stata una conferma personale, perchè io mi faccio sempre tante domande e tendo spesso a buttarmi giù da solo. Ricevere un tale attestato proprio dal padre di Jimi mi ha dato tanta più carica per andare avanti. Mi sono sempre considerato uno che avrebbe dovuto fare un altro tipo di cose, sempre con la musica ma non con lo stare sopra un palco. Vincere un concorso così mi ha fatto pensare una volta in più che se fossi rimasto in America forse avrei avuto qualche opportunità seria, o quantomeno maggiori possibilità di essere capito per come sono.

  • Treviso alla fine è meglio di Chicago, Austin o LA?

Ci sono musicisti che pur di inseguire se stessi e le loro ambizioni non badano ad altro, senza tener conto delle persone che hanno vicino. Treviso non è certamente meglio di Los Angeles o di qualsiasi altra città, non mi ci trovo neanche benissimo, ma resta la mia città, e qui sono i miei affetti.

  • Tornando alla stratocaster, che rapporto hai con gli strumenti vintage e quelli nuovi?

Un rapporto di semidipendenza. Mi piacciono molto le vecchie chitarre, poi scambio manici con corpi diversi per vedere cosa succede… quelle vecchie sono migliori soprattutto perché sono vecchie, vale a dire suonate molto, fatte con legni e verniciature stagionate . Ciò premesso, mettiamo che riascolti una vecchia registrazione in cui ho suonato, credetemi, non riesco neanch’io a capire se quella volta stavo usando una chitarra vecchia o una nuova. Sento solo me che suono, e non percepisco la differenza.

Questo vuol dire che la differenza si sente sì, ma solo nel preciso momento in cui stiamo suonando, ancor più con lo strumento spento e con silenzio attorno. Ma chi ascolta non se ne può accorgere, lo crede solo… mai sentito parlare dell’effetto placebo?
Una volta quando Hendrix era vivo, ascoltando Red House dicevamo tra di noi con aria da intenditori… “Senti che suono ha la Fender Stratocaster!”, per poi scoprire a distanza di anni che quando suonava Red House usava quasi sempre una Gibson!

  • Quanto è importante per te portare la musica dal vivo di fronte ad un pubblico?

E’ il bisogno di condividere. Suonare a casa da solo mi piace, ma poi sono appagato di più se condivido con qualcuno quello che ho imparato, le mie ispirazioni e la gioia di far provare qualcosa. Anche fare un disco non ha molto senso se poi non ne suono i brani dal vivo. Ciò che succede quando si suona davanti al pubblico, 10 persone o 1000 che siano, è irripetibile, nel bene o nel male.

Come hai visto cambiare la musica live nel corso della tua carriera? Sei stato uno dei primi, e ora sei uno dei più importanti. Qual è la tua analisi a riguardo?

Fino alla metà degli anni 70 si suonava in sala da ballo. Facevamo tutto ciò che ci piaceva. C’erano da un minimo di 500 fino a 1500 persone alla domenica pomeriggio, e si facevano 4 ore di musica, suonando con molta passione. Compravamo i dischi di Hendrix, Ten Years After, Grand Funk, Deep Purple, Led Zeppelin, Taste, Cream, Joe Cocker, Creedence…, li ascoltavamo, provavamo dei pezzi e li suonavamo e la gente ci ballava sopra. Questa è stata una bella cosa che però è finita con l’arrivo della disco music.

Nel 74 – 75 arrivò la nuova moda con la cassa in 4, arrivarono anche i DJ che davano il cambio al complesso (nell’intervallo). Nacquero anche i primi gruppi che facevano dal vivo la disco music e che come i DJ suonavanoi pezzi in soluzione continua facendo quasi dei medley. Poi, con l’uscita del film “La febbre del Sabato Sera”, finì tutto perché la disco “funzionava” più del rock. Molti vendettero i lori strumenti, ma qualcuno iniziò a cercare altri posti dove poter esprimersi.

Nacquero cosi i primi localini (uno o due nella provincia di Treviso), che facevano suonare musicisti che avessero qualcosa da dire, non quello che si sentiva alla tv e in radio.  Si facevano interminabili jam session, comparivano scalette con qualche brano originale, si faceva jazz rock , blues, fusion, bebop, e la gente arrivava lì proprio per ascoltare quella musica. La cosa nel tempo ha cominciato a prendere piede e diffondersi, attirando nuovi avventori e facendo tornare la voglia di suonare ad altri che avevano smesso.

Le stesse cosidette “Sagre” di paese, da sempre (e giustamente) votate al liscio per gli anziani, cominciarono ad aprirsi anche ad un target più giovane, dedicando loro una serata, e all’inizio anche qui le musiche erano da ascolto. Conseguentemente parecchi gestori di bar, che magari non erano neanche appassionati di musica, ci videro un affare e iniziarono a “convertire” i loro locali, benché incapaci di fare scelte di qualità. Poi con il passare degli anni (siamo negli anni 80), nacquero anche le tv commerciali, che proponevano tutt’altro , e il fenomeno prese una piega diversa.

La mia personale analisi è che ora siamo a un punto in cui ci sono migliaia di locali, piccoli e grandi festival, ecc.. ma quelli che fanno una programmazione innovativa e interessante sono pochissimi. Aggiungo che molti musicisti fanno poco per cambiare questo stato di cose pur di suonare, cosa che è giustificabile per chi vive di musica, che comunque è una minoranza.  La gente vuole sentire quello che già conosce, quello che è abituata e in cui si identifica. Ma tra il piacere di ascoltare ciò che conosciamo e vivere delle esperienze virtuali c’è una bella differenza.

Mi spiego: probabilmente un adolescente che imbraccia la chitarra oggi penserà che suonare in una tribute band sia ovvio perchè si è affacciato alla musica live in questo momento. Ma non sarebbe stato così ovvio 40 anni fa, anzi ci sarebbe stato di che vergognarsi se avessimo provato a fare i cloni di qualcun’altro, perché la gente ci avrebbe mandato a casa a suon di fischi.  Un altro aspetto odierno della musica dal vivo in Italia è che tanto tempo fa non c’erano tutti questi americani che girano adesso dalle nostre parti, pensate che la maggior parte nel loro paese suona per le mance mentre  l’America la trovano proprio qui.

Siamo tutti d’accordo che gli americani sono i musicisti ai quali ci si ispira per lo più, ma quelli che ci hanno insegnato tra gli anni 50 e 70 avevano molto più da dire, e il loro valore non era dato solo da una collocazione geografica. Gli americani.. io avrei voluto vederli 40 anni fa, ma allora non venivano! Un’ultima considerazione, magari un tantino polemica ma che spero farà riflettere qualcuno. Molti musicisti italiani della mia generazione hanno contribuito a far conoscere la musica proveniente dall’America e dall’Inghilterra, suonandola in giro abbiamo rappresentato dei piccoli punti di riferimento per quelli venuti dopo di noi.

Eppure, se si va a vedere le influenze e i cosiddetti tags che tanti giovani scrivono nei vari myspace, quante volte si legge solo una sfilza di nomi stranieri, i soliti e anche i più disparati.

La domanda nasce spontanea: ma davvero avete ascoltato e studiato tutti questi artisti, o stanno lì solo per attirare più visite?  E di nomi italiani? Qualche cosa di buono lo avremo pur fatto anche noi? Non pensate che io sia negativo, semmai realista e tanto appassionato di musica, come se fosse una persona cara alla quale si augura sempre tutto il bene possibile.

Grazie agli amici di Laster per l’ospitalità, ciao a tutti e buon divertimento con la vostra chitarra! T.M.

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